Dopo Venezia con Le forme del classico, sbarca a Milano Robert Mapplethorpe con la seconda tappa di una retrospettiva itinerante proposta in trilogia. Inaugurata il 29 gennaio 2026 a Palazzo Reale,  Le forme del desiderio, curata da Denis Curti,  delizia la città meneghina fino al 17 maggio 2026.

Raffinato nelle forme e controverso nei contenuti, in perfetta sintesi tra classicità e trasgressione, tra l’apollineo e il dionisiaco, questo potente e anticonformista artista statunitense del XX secolo lascia il segno; nonostante la sua prematura scomparsa, a soli 43 anni,  nel marzo del 1989 per complicazioni conseguenti all’AIDS.

Gli esordi attraverso Collage

La prima sala è dedicata ai Collage, forma artistica che descrive gli esordi artistici di Robert. I lavori esposti raccontano con ingenuità la sua propensione, già molto presente, alla messa in scena, all’artificio. Unisce ritagli di riviste erotiche a supporti materici, disegni, feticci religiosi: assemblaggi eterogenei in cui l’erotismo e l’eccitazione vuole superare la bidimensionalità propendendo il suo effetto estatico e di godimento verso il fruitore.

La scoperta della fotografia 

Nel 1967 a New York conosce Patti Smith e da allora i due diventano inseparabili: amici, amanti, complici. Iniziano insieme l’ascesa nella scena artistica newyorkese collaborando con diversi artisti avant garde tra cui Sandy Daley, la prima a regalare a Robert una macchina fotografica: una Polaroid. Da qui per lui si apre un nuovo mondo che definirà il suo modo di esprimersi e comunicare, in continua evoluzione. Infatti passerà dalle istantanee, all’uso della Graflex 4×5 pollici con dorso polaroid, facendo il vero salto con una Hasselblad 500C regalatagli nel 1975. Questa macchina gli concede il controllo di cui ha bisogno ed è con lei che realizza i suoi più celebri capolavori.

Patty Smith e Lisa Lyon

L’esposizione segue con due sale dedicate alle muse di Mapplethorpe: Patti Smith e Lisa Lyon. La prima è il  suo tutto, diventa protagonista assoluta del suo lavoro, musa, amante, ragione di vita. Nelle sue foto Patti diventa Madonna, spirito evanescente, corpo seducente, mente intellettuale. Tutte le immense sfaccettatura di questa ragazza vengono enfatizzate e descritte dal fotografo minuziosamente, senza omettere nulla: né del suo corpo né della sua anima. La seconda è Lisa Lyon: campionessa mondiale di bodybuilding. Tra i due l’incontro è magico, da subito Robert è catturato dalla sua bellezza androgina, dall’ambigua carica erotica che il suo corpo, così anticonvenzionale, scaturisce. La dicotomia tra l’essere femmina, dentro uno scultoreo corpo dalle forme quasi mascoline, cattura Mapplethorpe ipnotizzandolo, proponendo quel corpo scolpito quasi sempre nudo.

Patti Smith, Still Moving, 1978 © Robert Mapplethorpe Foundation

Autoritratti

Sfidando costrizioni e pudori, l’artista esplora con la macchina fotografica, in primis, se stesso. La successiva sala si dedica proprio a questo: autoritratti che indagano la sua anima, palesando fantasie, desideri, perversioni, mettendo a nudo corpo e anima. Senza censure, senza preoccuparsi di apparire grottesco o moralmente deplorevole, si racconta attraverso l’obbiettivo truccato da donna, armato come un guerrigliero, discinto ed erotico che mostra il membro, emaciato e consunto dall’AIDS nell’ultimo Self portrait del 1988.

Self Portrait, 1980 © Robert Mapplethorpe Foundation

Ritratti

Segue la ricca e decisamente ampia sezione dedicata ai Ritratti, una delle iconografie che lo ha reso celebre. Per lui fotografare qualcuno era come incontrare la sua anima, un’unione emozionale creata attraverso la macchina fotografica. Lavora in studio con attenzione maniacale a luce, posa, fondale. Tutto è studiato nei minimi dettagli a creare un perfetto equilibrio classico tra composizione ed estetica. Questa sua inclinazione sarà una costante del suo lavoro: il soggetto, affidandosi all’obbiettivo, accetta di dare forma ai suoi desideri. La macchina fotografica diventa un mezzo per sviluppare legami sensuali e connessioni proibite, spalancando accessi solitamente relegati al privato. Ritrae chiunque sia degno: artisti, modelle, attori del cinema, tutta la crème de la crème dell’arte e del jet set a lui contemporaneo.

Derrick Cross, 1982 © Robert Mapplethorpe Foundation

Nudi e fiori – Statue e nudi

Le ultime 4 sale dell’allestimento si concentrano sullo studio del nudo, sia in relazione alla statuaria classica, che al mondo vegetale dei fiori. Protagonista quasi assoluto lo scultoreo corpo maschile afro americano, nudo, posto plasticamente davanti allo spettatore in moderne pose dalla memoria michelangiolesca. Marmi e bronzi di innegabile richiamo ellenico prendono vita esplodendo in tutta la loro definizione. Nulla lasciato all’immaginazione, anzi. Palesi primi piani di membri maschili conducono l’occhio del fruitore lì dove non si può guardare, dove non è lecito, dove non “sta’ bene” soffermarsi. Mapplethorpe spinge il voyeurismo altrui ad attraversare il confine del pudore, ci costringe a guardare “l’inguardabile” senza vergogna o ipocriti tabù. 

Female Torso, 1978 © Robert Mapplethorpe Foundation

Come nell’opera Man in polyester suit (1980, stampa in bianco e nero ai sali d’argento) o Mark Stevens – Mr. 10 ½ (1979, stampa in bianco e nero ai sali d’argento). Nella medesima sezione la sensualità e l’erotismo del corpo nudo viene accomunata a composizioni di fiori: apparentemente delicate, innocue,  che celano però un’ambiguità metaforica potentissima. Calle, papaveri, orchidee vengono utilizzati dal fotografo come talismani sessuali con un uso dei colori delicatamente allusivo. Sì perché le uniche fotografie a colori presenti in tutta l’esposizione, sono quelle legate agli still life. Tutti gli altri scatti sono proposti in un sublime bianco e nero che ne esalta forme, contrasti e definizione. Richiami sottili a forme antropiche proposte con tecnica impeccabile e mirabile estetica, il fiore diventa l’incarnazione di un magnifico oggetto di piacere, sottolineando la sua natura di “organo sessuale” e riproduttivo del mondo vegetale. 

Calla Lily, 1988 © Robert Mapplethorpe Foundation

Qualche riflessione e considerazione

Mi sono recata alla mostra decisamente incuriosita: conoscendo bene il lavoro e la poetica di Robert Mapplethorpe ero piena di aspettative. Nel complesso la mostra è ricca: è presente molto materiale ed è ben esposto. Ho trovato però l’illuminazione poco adeguata. Infatti tutte le fotografie sono protette da un vetro, non museale e quindi non antiriflesso; e questo purtroppo compromette l’esposizione di un fotografiche ha una produzione per lo più in bianco e nero, con fondi scuri e soggetti a contrasto. 

Inoltre, nel settore e non, quando si pensa a questo artista, appaiono subito alla memoria delle immagini legate a un mondo ben preciso. Quel mondo che racconta di una sessualità esplicita introdotta tra le maglie dell’espressione artistica, del palesare, fuori dalla clandestinità,  le pratiche sessuali più estreme del mondo gay; quel contesto BDSM di natura omoerotica e sadomaso che ha innescato polemiche, censure e critiche acri sul lavoro dell’artista. Il suo intento di livellare quel confine tra arte e perversione, smantellando quella struttura borghese e istituzionale proponendo degli apolli muscolosi, algidi e neoclassici alle prese con feticismi, fisting, frustini, latex, all’interno di una proibita agorà greca resa visibile a chiunque. Iconico il suo Portfolio X che fece scandalo per i contenuti erotici, compreso un autoritratto di spalle con una frusta inserita nell’ano, di cui è presente un piccolo provino a contatto esposto in una teca. Unica piccola prova e richiamo a tutto il lavoro emblematico dell’artista. La potenza, la rottura e il genio di questo fotografo trasgressivo si racchiude nel palesare ciò che neppure poteva essere discusso, in immagini esplicite esposte persino nelle gallerie d’arte, sotto lo sguardo di chiunque. Questo passaggio fondamentale viene in qualche modo sorvolato, andando a censurare (forse inconsciamente) la più iconica, trasgressiva e vera voce della sotto cultura gay della New York degli anni ’80.  Il percorso espositivo mi ha lasciato, in conclusione, un leggero retrogusto di amaro in bocca

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