«Il desiderio erotico tende verso l’Altro in quanto Altro. Esso è desiderio di Alterità.» — Byung-Chul Han, Eros in agonia
Il corpo senza l’Altro: la diagnosi di Han
C’è qualcosa di radicalmente inattuale, nel senso nietzschiano del termine, nel lavoro di Byung-Chul Han. Il filosofo coreano naturalizzato tedesco scrive infatti un testo che ha l’andamento quasi di un’autopsia. E Eros in agonia — pubblicato in Germania nel 2012 con il titolo Agonie des Eros e tradotto in italiano nel 2013 da Nottetempo — è forse la più precisa e dolente tra le sue diagnosi. Il paziente sul tavolo operatorio è il desiderio stesso. Il verdetto: moribondo.
Han parte da una constatazione apparentemente semplice: la sparizione dell’Altro. Non dell’altro come nemico, come ostacolo o come ignoto da neutralizzare, ma dell’Altro come alterità radicale, irriducibile, capace di ferire e trasformare chi entra in contatto con essa. È questa perdita che segna la crisi dell’eros nella contemporaneità. Perché l’eros — nella sua accezione più antica, da Platone a Lévinas — non è mai stato puro godimento. È stato sempre tensione verso ciò che non si possiede, movimento verso qualcosa che sfugge e proprio per questo attrae. Eliminare l’Altro, dunque, non libera il desiderio: lo svuota.
La performance del sé e il narcisismo come patologia epocale
Han individua nel narcisismo il meccanismo attraverso cui l’Altro viene sistematicamente dissolto. Il soggetto contemporaneo — quello che Han chiama il soggetto della prestazione — è ossessivamente proiettato su se stesso. Non perché ami se stesso nel senso pieno del termine, ma perché non riesce più a uscire da sé. Il mondo esterno diventa uno specchio, e ogni relazione un’occasione per rispecchiarsi.
Questa struttura narcisistica non è una patologia individuale: è la forma stessa della socialità tardo-capitalista. I social network, il culto del personal branding, la logica della visibilità permanente — tutto concorre a costruire un soggetto che si autoespone senza mai realmente aprirsi. Il corpo viene messo in mostra, fotografato, filtrato, ottimizzato; ma questo corpo-immagine è un corpo che ha perduto la sua porosa vulnerabilità, la sua capacità di essere toccato e trasformato dall’incontro con l’Altro.
Qui Han dialoga, spesso in modo polemico, con Alain Badiou. Per il filosofo francese, l’amore è ancora un evento: un rischio, una scommessa ontologica che espone il soggetto all’imprevedibile. Han condivide questa intuizione, ma la radicalizza: nell’epoca della performance totale, anche l’amore viene ridotto a un prodotto da ottimizzare, a un’esperienza da consumare con il minor rischio possibile. Le app di dating diventano, in questa lettura, non semplici strumenti tecnologici ma sintomi di una trasformazione profonda nel modo in cui concepiamo l’incontro erotico: algoritmi che promettono compatibilità, eliminando la deviazione e lo scarto che da sempre alimentano il desiderio.
Eros e thanatos: la stanchezza come condizione del presente
Uno dei movimenti più suggestivi del saggio è il collegamento tra la crisi dell’eros e quella che Han chiama stanchezza. Ne La società della stanchezza — testo gemello di Eros in agonia — aveva già analizzato come il soggetto della prestazione si esaurisca nella propria libertà coercitiva. Qui quel filo viene ripreso e intrecciato con la questione del desiderio.
Il soggetto stanco non riesce a desiderare perché desiderare richiede una certa forma di passività: lasciarsi attraversare dall’Altro, sostenere la propria mancanza senza immediatamente colmarla. La cultura della positività — fai di te il meglio che puoi, ottimizza, produci, sii felice — è radicalmente incompatibile con la struttura del desiderio, che è sempre anche assenza, attesa, esposizione al rischio della delusione. L’eros muore non per eccesso di repressione, come aveva diagnosticato Freud, ma per eccesso di stimolazione senza alterità. Non viene soffocato: si svuota.
In questo senso Han si distanzia nettamente dalla tradizione critica marcusiana. Marcuse leggeva il disagio erotico della modernità come effetto della repressione capitalista; la liberazione sessuale era dunque il terreno di una possibile emancipazione. Han ribalta la prospettiva: è precisamente la permissività, la disponibilità illimitata di corpi e immagini, la saturazione pornografica del visibile, a uccidere l’eros. Il pornografico — inteso non solo nel senso letterale, ma come logica dell’esposizione totale, dell’eliminazione di ogni velo e ogni distanza — è l’esatto contrario dell’erotico. Il corpo pornografico è un corpo senza segreto, e un corpo senza segreto non può essere desiderato: può solo essere consumato.

La potenza del negativo: verso un’etica dell’alterità
La proposta di Han non è un ritorno romantico a un passato idealizzato. È piuttosto un invito a recuperare ciò che egli chiama la potenza del negativo: la capacità di sostenere la distanza, l’opacità, la resistenza dell’Altro senza volerla immediatamente risolvere. L’Altro autentico è per definizione ciò che non si lascia assimilare, comprendere del tutto, possedere. È questa inaccessibilità a renderlo desiderabile.
C’è, in questa parte del testo, un’eco forte di Lévinas: il volto dell’Altro come limite etico, come luogo in cui la mia volontà di dominio si arresta e riconosce una trascendenza. Ma Han porta questo pensiero su un piano più immediatamente politico e culturale: la difesa dell’alterità non è solo un imperativo etico individuale, ma una questione di sopravvivenza per la vita simbolica collettiva. Una società che ha eliminato l’Altro è una società che ha eliminato la possibilità stessa della trasformazione, del divenire, dell’eros come forza vitale.
Eros in agonia è un libro breve — meno di cento pagine nella versione italiana — ma denso come un nucleo radioattivo. Non offre soluzioni facili, né conforto. Offre qualcosa di più raro: la chiarezza di uno sguardo che rifiuta l’ottimismo d’ordinanza e scava con precisione chirurgica nel corpo della contemporaneità per mostrarci cosa vi abbiamo perduto. E cosa, forse, possiamo ancora scegliere di custodire.

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