Una delle cose che faccio sempre all’uscita di una mostra è andare al bookshop. Qui, come molti altri, sbircio, cerco e talvolta incontro pubblicazioni interessanti, non per forza legate all’esposizione che ho appena visto. Così, uscita da una rassegna fotografica, sono incappata nel testo scritto da Bertrand Schefer su una delle personalità artistiche più celebri del XX° secolo: Francesca Woodman. Conoscendo perfettamente lei ed il suo lavoro, non potevo farmi scappare questa piccola ma attraente pubblicazione edita da Johan & Levi editore, così sono tornata a casa con lei e ho divorato quelle 68 pagine in poco tempo.
Il tema dell’incontro
Questo testo, scritto dal romanziere e saggista francese, non è una biografia, non si tratta del solito saggio sul lavoro della Woodman, né della tipica critica celebrativa su una delle più grandi fotografe del nostro tempo.
È un racconto, un’esperienza, trainata dal vivido ricordo dell’incontro avvenuto tra l’autore e la fotografa. Di quel momento in cui lui si trovò molto vicino a lei, in casa sua, accanto ai suoi piedi nudi e ai suoi movimenti leggeri, a quanto quel breve, ma intensissimo istante, abbia segnato indelebilmente il narratore di questa storia.
Così la presenza fisica di Francesca esce dalla sua vita, ma il pensiero di lei permane, si alimenta con la ricerca delle sue fotografie, nel seguire il suo lavoro a distanza, nel parlare di lei, leggere di lei.

Non manca un breve accenno biografico che racconta degli esordi di Francesca e della sua formazione: da bambina prodigio ad artista fuori dagli schemi, protagonista assoluta del suo lavoro dentro e fuori le fotografie, attraverso il suo corpo. Un corpo il più delle volte nudo ma che, nonostante ciò, funge da armatura.
Uno spirito imprigionato
La manifestazione di uno spirito imprigionato che, per citare Schefer: “si rannicchia, si tortura, si appende, striscia, si preme la carne, si avvolge nello scotch, si espone e al contempo si nasconde persino nella sua nudità.”
Un corpo che diventa una gabbia, che intrappola il suo essere; detenzione enfatizzata dai luoghi in cui si ritrae – abbandonati, vuoti, decadenti, utilizzati come palcoscenico, amplificatori di quelle catene nascoste da pelle candida e movimenti evanescenti.
Una figura spesso sfuocata, malamente inquadrata, raccontata fuori contesto, fuori dal tempo e dallo spazio, che esprime un senso gravoso di solitudine che colpisce come un pugno nello stomaco. Il finto protagonismo di un corpo che viene utilizzato come mezzo di comunicazione, nessun abbellimento, nessuna autocelebrazione. La Woodman non fa bella mostra di sé, non è egocentrismo o compiacimento ma è dichiarazione, è volontà di produrre in immagine uno stato emotivo, un disagio psicologico, uno stato d’animo impossibile da tradurre con le parole.
Un racconto fatto a scene
Schefer nel suo testo rivive Francesca nello studio ossessivo delle sue fotografie, parla con lei, prova a codificarla, tenta di aggrapparsi a ciò che lei ha provato a comunicare attraverso le sue opere, incapace di lasciarla andare.
Il 19 gennaio 1981 viene aperta una finestra sul gelo di Manhattan, durante uno degli inverni più freddi mai registrati, e Francesca Woodman definisce la sua pace e proclama la sua leggenda, buttandosi nel vuoto, uccidendosi a soli 23 anni.
Questa non è una biografia, è lo sconcerto di un uomo che ripercorre le orme brevi ma intense di un’artista straordinaria scomparsa troppo precocemente, seppur incredibilmente prolifica. Un amore? Un’ossessione? La ricerca del non detto attraverso le immagini da lei prodotte, la decodifica del suo corpo, di ciò che forse stava dicendo, ma che nessuno riusciva a capire.
Perché lui non l’ha capito? Perché nessuno l’ha capita? L’autore si interroga, tentando di ricostruirla, di spiegarla, analizzando tutto ciò che trova di lei, che recupera nel corso di una ricerca che dura anni: testi, foto, provini, pubblicazioni, luoghi, in un empirico inseguimento verso un traguardo inesistente.
Il dramma dell’incomprensione
Più volte nel testo racconta che, man mano che gli anni trascorrevano, avrebbe voluto scrivere di lei, che prima o poi lo avrebbe fatto, per raccontarla, far farla vivere di nuovo, attraverso l’impatto che quella donna così enigmatica, complessa e sfuocata, ha avuto su di lui.
Alla fine, seppur non sentendosi all’altezza, Bertrand Schefer realizza questa pubblicazione scritta in prima persona.
Parla di lei attraverso i suoi ricordi, i suoi pensieri, l’analisi delle sue opere, di ciò che ha letto, ha scoperto. Immagina contesti, conversazioni, avvenimenti che riguardano la Woodman non solo come artista ma come anima fragile, persino nella descrizione dell’apertura di quella fatidica finestra la notte del 19 gennaio 1981.
Celebrandola, dandole una seconda chance, nel vano tentativo di riportarla indietro cercando di dare un senso a quel veleno che, consumandola, l’ha per sempre imprigionata della sua fotocamera.
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