Dialogare è già prendere corpo nella parola. Vivere è già prendere corpo nel mondo.

Esiste un’omologia tra due poli: parola, corpo. Riprendiamo alcuni concetti del pensiero merleau-pontiano per affermare qualcosa di viscerale: la parola non è oggetto, ma incarnazione del pensiero, allo stesso modo in cui il corpo è espressione dell’essere al mondo.

Parola e corpo non sono strumenti, veicoli di senso: sono essi stessi senso, viva corporeità.

Gesto corporeo, gesto linguistico

Gesto corporeo e gesto linguistico non condividono soltanto un’analogia ontologica, ma anche strutturale. La veicolazione di contenuto informativo si mantiene, pur trattandosi di atti che appartengono a ordini di manifestazione diversi: entrambi sono estroflessi nel mondo, entrambi trascendenti — sovrabbondano cioè il proprio contenuto — ed entrambi intenzionali, riferiti a qualcosa, per qualcuno, in un determinato ambiente.

Eppure l’appartenenza dei due gesti a ordini diversi resta uno dei nodi più difficili da sciogliere. È chiaro che la loro natura sia distinta; non è altrettanto chiaro cosa significhi questa distinzione, né quale sia il parametro che separa i due livelli.

Assumiamo già data l’appartenenza a una medesima struttura ontologica, in quanto atti informativi: sarebbe ingiustificato considerare la manifestazione carnale del gesto e della parola come separate da una radice comune. Non possono appartenere a due ordini dell’essere radicalmente diversi, se vogliamo sostenerne l’identica modalità informativa — possono semmai differire nella struttura corporea ed espressiva. La differenza si mostra a un livello posteriore rispetto alla manifestazione: non c’è ragione logica che imponga di pensare i due atti come separati a priori, se non la loro illusoria diversità d’apparenza. Se è la manifestazione l’origine dell’apparente scissione ontologica, dev’essere questa stessa manifestazione a tracciare il confine tra gli ordini. Ordine significa allora modalità con cui l’atto prende corpo e si espone — il modo in cui si mostra sul derma del mondo. Resta da capire in cosa differiscano questi due modi di manifestarsi.

Motricità e simbolizzazione

Sarebbe comodo collocare la differenza nell’ordine più superficiale del sensibile: il senso corporeo articolato attraverso la motricità, il linguaggio articolato attraverso la simbolizzazione. Ma si può sostenere anche l’opposto — che nell’articolazione linguistica agisca un veicolo di senso motorio, e nella gestualità motoria un veicolo di senso simbolico. Nel linguaggio, l’accento, l’inflessione, la componente fisiologica della voce non si possono scindere dal parlante, per la loro influenza travolgente sulla veicolazione del contenuto. Nel corpo, non si può negare la fitta normatività del linguaggio gestuale: gesti codificati, movimenti tradizionalmente riconosciuti per negare o asserire. Parlare non è mai solo parlare: è comunicare la propria identità corporea.

Normativizzare il gesto

Più promettente — in un passo molto wittgensteiniano — è l’ipotesi di una differenza insita nella normatività dei due sistemi. Non si tratta allora di distinguere i due modi comunicativi per come sono compiuti, ma per le regole che li vincolano. L’espressione motoria può manifestare un messaggio appropriato o inappropriato rispetto alle norme che la vincolano, così come il linguaggio può essere corretto o scorretto rispetto a una grammatica e a una logica. Ciò che separa i due atti è dunque la loro diversa natura normativa: la normatività è il primo criterio davvero efficace per distinguerli. E proprio questa differenza rinforza il nostro assunto iniziale sulla comune radice ontologica: perché ipotizzare una scissione ontologica dei due gesti, quando la loro differenza manifesta si fonda solo su una normatività condivisa?

La loro differenza immediata è dunque resa possibile dalla normatività — anche perché il loro apparire non è mai una datità pura, priva di contenuto soggettivo, ma un apparire sempre già dentro una comunità di regole, usi, costumi. Il paradigma culturale plasma l’apparire, lo regola normativamente per distinguerlo, pur mantenendo una radice ontologica comune.

Corpo e linguaggio come estroflessione

A rafforzare la tesi di una medesima modalità ontologica è la serie di tre proprietà che abbiamo attribuito a questi due modi di manifestazione del significato. Il primo è l’estroflessione: la proprietà di ciò che è rivolto verso l’esterno rispetto a dove viene generato. Il corpo non è riducibile a mero mezzo di movimento, il cui compito sia colmare distanze geografiche, ma è somma di stati interiori che inviano segnali densi di informazione verso l’esterno, manifestando il proprio statuto emozionale nell’ambiente. Il corpo è un’interiorità che suda, respira, si tende, poi si ritrae: non strumento dell’io, ma esso stesso io. Il linguaggio, a sua volta, non è un pensiero privato poi tradotto in parole, ma senso pieno di apertura verso l’interlocutore — orizzonte condiviso, non autoriflessione narcisistica. La struttura comune di cui parliamo è proprio questa propensione all’esterno: è indispensabile valutare gesto/corpo e parola/linguaggio nel loro intreccio con l’ambiente in cui sono collocati, perché altrimenti degenererebbero in vicoli ciechi rispetto al loro stesso scopo comunicativo.

Ed è questo stesso senso comunicativo ad annunciare la seconda proprietà, l’intenzionalità — con riferimento alla tradizione husserliana, non semplice intenzione psicologica, ma coscienza-di-qualcosa, coscienza di un ente. Corpo e linguaggio non sono entità autosufficienti — altrimenti perderebbero la loro estroflessione — ma condividono l’essere informazione e comunicazione di qualcosa, per qualcuno, dentro un contesto preciso: è questa la loro dimensione intenzionale.

Eros: desiderio trascendente e incarnato

La terza proprietà, la trascendentalità dei due atti — senza scomodare secoli di storia della filosofia — è ciò che eccede sé stesso, oltrepassando la propria pelle. Se gesto e parola sono estroflessi, propensi all’esterno, e intenzionali, oggetto di qualcosa per qualcuno in un ambiente, allora il messaggio informativo deve eccedere sé stesso: non può esaurirsi nella meccanica del movimento né nella successione di suoni del linguaggio. La trascendenza, ne consegue, non è insita negli atti, ma — più profondamente — emerge dalla loro stessa complessità.

Il desiderio è già corpo. La volontà di eccedere, di uscire da sé e rivolgersi all’altro, è una forma particolarmente intensa di intenzionalità corporea. Desiderare significa sovrabbondare il proprio stato presente, essere proiettati verso ciò che ancora non è nostro. Eros: desiderare altro da sé anche nel verso — dove l’altro da sé è un lettore, un’altra interiorità corporea.

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