judith butler

Non esiste un corpo che, prima di ogni gesto, sappia già di che genere è. È questo il filo conduttore con cui Judith Butler ha attraversato il pensiero femminista degli ultimi trent’anni, ed è un’eresia che riguarda da vicino chi crede che il corpo custodisca una verità originaria da liberare. Butler non libera nulla: mostra che non c’è nulla, sotto la superficie del gesto ripetuto, da andare a liberare. C’è solo la ripetizione stessa, e la sua storia.

Contro l’essenzialismo: l’identità come effetto, non come causa

La domanda che il femminismo si era posto per generazioni suonava più o meno così: come si libera la vera identità femminile dalle costrizioni imposte dal patriarcato? La domanda presupponeva un’interiorità autentica, schiacciata da una cultura ostile, in attesa di riemergere. In Gender Trouble (1990) Butler ribalta la prospettiva: non esiste un’interiorità di genere anteriore alle pratiche che la esprimono. È vero il contrario. È la ripetizione ostinata di certi atti – un modo di camminare, di parlare, di occupare lo spazio, di desiderare – a produrre l’illusione retrospettiva che dietro quegli atti ci fosse, fin dall’inizio, un nucleo stabile chiamato identità. Il genere non è ciò che si è, ma ciò che si fa, e ciò che si fa in modo talmente insistito da sembrare ciò che si è.

Questo spostamento modifica in modo inscindibile il campo di battaglia: se il genere è un effetto di superficie, allora la lotta non può più essere quella di scoprire un’essenza sepolta. Diventa la lotta per abitare diversamente, o per rompere, le catene di ripetizione che producono quell’effetto.

La performatività come citazione

Qui si annida il fraintendimento più comune, ed è bene toglierlo subito di mezzo. Performativo non significa recitato a piacimento, come se ogni mattina fosse possibile scegliere liberamente quale genere indossare, alla maniera di un costume intercambiabile. Butler prende il termine da J. L. Austin, per il quale certi enunciati non descrivono uno stato di cose ma lo producono nel momento stesso in cui vengono pronunciati: dire “vi dichiaro marito e moglie” non riferisce un fatto già esistente, lo istituisce. Ma Butler innesta su Austin la lezione di Derrida: un atto performativo produce effetti solo perché cita una catena di atti già codificati che lo precedono. Nessun performativo è mai davvero originario. Ogni volta che funziona, funziona perché ripete un rituale sedimentato, non perché lo inventa dal nulla.

Il genere, in questa cornice, è performativo esattamente in questo senso: ogni gesto cita norme che nessun soggetto ha scelto, che preesistono al soggetto e che lo costituiscono ripetendosi attraverso di lui. Se c’è spazio per la libertà, non è nell’atto sovrano di autofondarsi fuori da ogni norma – questo spazio, per Butler, semplicemente non esiste – ma negli scarti minimi che si insinuano dentro la ripetizione stessa. Si è liberi non fuori dalla citazione, ma dentro le sue crepe.

La matrice eterosessuale e l’intelligibilità del soggetto

Butler dà un nome preciso al dispositivo che regola queste ripetizioni: la matrice eterosessuale obbligatoria. È il sistema per cui sesso biologico, genere sociale e desiderio devono allinearsi in un’unica sequenza coerente perché un corpo risulti intelligibile come soggetto agli occhi della cultura che lo osserva. Chi esce da quella sequenza – il corpo queer, il corpo trans, il desiderio che non rispetta l’ordine previsto – non viene percepito semplicemente come un’eccezione alla regola. Viene percepito, spesso, come inintelligibile: un corpo che la griglia culturale fatica a registrare come soggetto pieno.

Ed è proprio qui che il pensiero di Butler smette di essere una tesi sulla decostruzione linguistica e diventa un affondo politico. Il corpo che la norma dichiara deviante non infrange una legge di natura: rivela, con la sua sola esistenza, che la natura invocata dalla norma non era mai un dato originario, ma un effetto retroattivo del potere che la enunciava come tale. L’eresia del corpo non sta nel trasgredire una verità previa. Sta nel mostrare che quella verità previa non c’era.

Il caso del drag e lo smascheramento

L’esempio più citato (e anche il più equivocato) di Butler è il drag. Lo si legge spesso come prova che il genere sia un costume smontabile a piacimento, e che bastino un paio di tacchi o una parrucca a dimostrarlo. L’argomento di Butler è più sottile e, filosoficamente, più scomodo. Il drag non funziona perché ci porta fuori dalla performatività di genere. Funziona perché mette in scena, con evidenza teatrale, la struttura imitativa che regge ogni genere – compreso quello che passa per naturale e non recitato. Il drag non è un’eccezione alla regola dell’imitazione: è la regola resa visibile. Ciò che chiamiamo genere “conforme” è anch’esso una citazione riuscita così bene da sembrare originale.

Una correzione necessaria: il corpo non si dissolve nel discorso

Una critica ricorrente, mossa in particolare da un’ala materialista del femminismo, ha accusato Butler di ridurre il corpo a puro effetto linguistico, come se carne, dolore e morte scomparissero dentro il discorso che li nomina. Butler risponde a questa obiezione in Bodies That Matter (1993), chiarendo un punto che vale la pena mettere a fuoco: non si sta negando che il corpo abbia una materialità propria. Si sta negando che a quella materialità si possa accedere fuori da schemi discorsivi che la rendono, per noi, pensabile e nominabile. Non “il corpo non esiste”, ma “non esiste un corpo pre-discorsivo a cui appellarsi come garanzia neutra, esterna alla storia che lo interpreta”.

Debiti e attriti

Il pensiero di Butler non nasce isolato. Deve a Foucault l’idea di un potere produttivo, non solo repressivo – un potere che non si limita a vietare corpi già dati, ma li costituisce come soggetti attraverso i dispositivi che li disciplinano. Deve alla psicoanalisi, e in particolare alla lettura che ne offre in The Psychic Life of Power, il tema della malinconia di genere: l’idea che l’identità di genere si costruisca anche attorno al lutto per un desiderio omosessuale mai riconosciuto, mai elaborato, e per questo interiorizzato come struttura stessa dell’io.

Le obiezioni più insistenti restano due. La prima teme un idealismo linguistico: se tutto è discorso, dove trova posto l’oppressione materiale – economica, giuridica, corporea – che grava sui corpi reali? La seconda teme una perdita politica: se la categoria “donna” si dissolve in un effetto discorsivo instabile, che ne è del soggetto collettivo capace di fare rivendicazione, di dire “noi”, di organizzare una lotta? Sono obiezioni che Butler non ha mai liquidato, e che restano il punto più fertile – e più aperto – del suo pensiero.

Un’eredità ancora incandescente

Ciò che resta, dopo Butler, è l’impossibilità di tornare a pensare il corpo come superficie neutra su cui si scrive, a posteriori, un’identità. Il corpo è già scrittura, è già ripetizione, è già cita­zione di un copione che nessuno ha firmato per primo. Chi lo abita fuori dai margini previsti dalla matrice non commette un’infrazione: espone, con il solo gesto di esistere, l’arbitrarietà del confine. È una lezione che la letteratura ha spesso anticipato per vie proprie – non ultimo l’Orlando di Virginia Woolf, che attraversa i secoli e i generi cambiando corpo come si cambia abito, e mostrando, un secolo prima di Gender Trouble, che l’identità non è mai stata un punto fermo, ma un lungo, ininterrotto atto di ripetizione.

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