Nel 1847, in Francia, nel pieno fervore romantico, un giovane artista ventiquattrenne realizza uno degli oli su tela che passeranno alla storia: L’Angelo caduto. L’artefice di questo capolavoro è Alexandre Cabanel.
L’opera racconta il momento in cui Lucifero viene bandito dal Regno dei Cieli, cacciato dal Paradiso e scaraventato sulla terra per aver osato sfidare l’Onnipotente, con la presunzione di sostituirsi a Lui.
«Il tuo fasto è disceso negli Inferi, come la musica delle tue arpe. Sotto di te si stendano le larve, i vermi siano la tua coperta. Come sei caduto dal cielo, astro del mattino, figlio dell’aurora! Come fossi precipitato a terra, tu che aggredivi tutte le nazioni! Eppure tu pensavi in cuor tuo: “Salirò in cielo, al di sopra delle stelle di Dio erigerò il mio trono. Siederò sul monte dell’assemblea, ai confini del settentrione. Salirò sulle nubi più alte, sarò simile a Dio, sarò Dio!”» (Isaia 14, 12-15)

Un capolavoro blasfemo e incompreso
Le critiche nei confronti dell’opera e dell’artista furono spietate. Il dipinto, giudicato incompetente nella pittura, con proporzioni errate ed esecuzione inadeguata, suscitò scandalo e indignazione.
Lucifero, da sempre stereotipato all’interno di un’iconografia mostruosa — un ibrido, un demone caprino, un abominio raccapricciante — qui appare come essere dalle forme umane, bellissimo. La sua statuaria muscolatura classica riecheggia gli studi accademici e l’arte greca: è maestoso nella sua nudità, nella definizione di un corpo praticamente perfetto.
La schiena contratta, il corpo in torsione, la posizione delle gambe alludono alla brusca caduta appena avvenuta, che lo lascia in una posa innaturale e disagevole.
Non passano inosservate le ali: ormai prive della loro capacità di volare, in ombra, degradano pericolosamente verso toni cupi e tetri, come se stessero lentamente marcendo — come se il poco candore rimasto stesse scomparendo a poco a poco.
Simbolismo e introspezione psicologica
La descrizione dettagliata del corpo di Lucifero ci catapulta all’interno della sua psiche, svelando sentimenti e stato d’animo concentrati tutti nella zona dal busto in su. Le mani, giunte non più in preghiera ma strette da un vigore rabbioso, sono esacerbate dalla tensione di quel braccio sollevato che cela parte del viso. In questo solo, piccolo dettaglio del quadro si rivela l’intera emotività dell’angelo caduto.
Incorniciata da una fulva chioma scapigliata, appare la parte alta del viso, dove l’espressione e gli occhi raccontano da soli la storia intera. Cabanel dipinge la rabbia, la frustrazione, la furia che ribollono in Lucifero contornando gli occhi di rosso, corrugando le sopracciglia in un impeto di follia e desiderio di vendetta. Il colpo di genio arriva però con due lievi tocchi di bianco: dall’angolo mediale di entrambi gli occhi sgorgano due nitide lacrime — non di vergogna, non di rammarico o pentimento, ma di odio e risentimento.
Pura e incontrollabile ira: è uno degli esempi più mirabili di come questo sentimento sia stato reso in pittura. Non c’è spazio per interpretazioni: è così chiaro che quasi sentiamo i pensieri del ritrattato, percependone la collera.
L’umanità in un essere ultraterreno
Con l’immagine di un corpo nudo, Cabanel esprime uno dei sentimenti più controversi, uno dei sette peccati capitali, un’emozione profondamente umana che non ha nulla di celeste. Lucifero è carne e sangue, è emotività e passione: l’umanizzazione totale di colui che, fino a un istante prima, si trovava accanto all’Onnipotente.
Un’opera potente, carica di significati simbolici e tensione psicologica, che il fruitore non può fare a meno di comprendere e sentire, empatizzando con il suo risentimento, la sua furia. Calamitati da quello sguardo eloquente e penetrante, restiamo immobili, provando quella stessa “stretta” che tutti, almeno una volta, abbiamo sentito.
Così Lucifero diventa umano mentre, in noi, riemerge quell’angelo caduto che si trova nel profondo di ciascun essere umano.
SOTTO LA VERNICE – Una rubrica mensile a cura di Debora Focarino
Ogni mese vi proponiamo un quadro. Non saranno schede da manuale d’arte, ma quello che si nasconde dietro la superficie dipinta: ogni slabbratura, linea, gesto trattenuto, uno sguardo che racconta troppo (o troppo poco), il dettaglio che il pubblico dell’epoca non seppe o non volle vedere. A guidarci sarà Debora Focarino, restauratrice di opere policrome e perito d’arte, abituata a leggere i quadri strato per strato prima ancora che con lo sguardo. “Sotto la vernice” scava nelle opere che hanno scandalizzato, disturbato o frainteso il proprio tempo, per restituire l’emozione grezza e spesso scomoda che l’artista aveva messo in scena. Corpi, peccati, ossessioni: la pittura come confessione, letta pennellata per pennellata.

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