C’è una domanda che Arkansas. Storia di mia figlia (Mondadori, 2026) porta con sé fin dalle prime pagine: dove abita la maternità, se non nel corpo? Chiara Tagliaferri costruisce il suo memoir letterario attorno a questa ferita aperta, e lo fa senza cercare suture consolatorie. Quello che tiene insieme le pagine del libro non è la risposta (che non arriva, o arriva solo in forma di bambina, di Lula, di vita che esiste indipendentemente dalla teoria) ma la qualità dell’interrogazione. E l’interrogazione è, prima di tutto, corporea.
Tagliaferri ha quarant’anni quando capisce che vuole diventare madre. Per una vita ha tenuto questo desiderio a distanza, lo ha trattato con la diffidenza di chi sa quanto sia pericoloso lasciare che gli altri scrivano i tuoi confini. Poi arriva la diagnosi: menopausa precoce. Il corpo le dice no. O meglio: il corpo dice qualcos’altro, una lingua che non combacia con il vocabolario della riproduzione naturale, con i tempi della biologia. Inizia così una discesa — e c’è qualcosa di ctonio in questo percorso — nel labirinto delle cliniche per la fertilità, degli esami, delle terapie, delle speranze che si gonfiano e poi si squarciano.
Il corpo come campo di battaglia politico
Quello che rende Arkansas un libro necessario per noi è esattamente questo: Tagliaferri non separa mai il personale dal politico, la carne dal discorso. Il suo corpo che non risponde ai protocolli della fecondazione eterologa non è soltanto una tragedia privata — è già, in nuce, una questione di potere. Chi decide cosa può fare un corpo femminile? Chi stabilisce dove finisce il desiderio legittimo e dove comincia il crimine?
La risposta arriva dal fuori campo del libro stesso: otto mesi dopo la nascita di Lula, avvenuta il 13 febbraio 2024 all’ospedale di Hot Springs in Arkansas, il governo italiano ha dichiarato la gestazione per altri reato universale. Tagliaferri scrive quindi su un terreno che già si sta sbriciolando. Questo sfasamento temporale conferisce al testo una tensione quasi insostenibile, quella di chi sa che ciò che racconta potrebbe diventare indicibile per legge.
Il corpo, qui, non è solo metafora. È letteralmente al centro della vicenda: quello di Chiara che non trattiene gli ovuli, i corpi delle donatrici, il corpo di Daisy — la gestante incontrata in Arkansas, descritta come luminosa e fiera — che porta avanti una gravidanza, che abita e attraversa mesi di trasformazione fisica per dare vita a Lula. L’alleanza tra questi corpi è il vero soggetto del libro. Non una transazione, come vorrebbero i suoi detrattori, quanto piuttosto una forma di intimità radicale tra donne che si riconoscono attraverso la carne, che si fidano l’una dell’altra in uno spazio in cui lo Stato non vuole che si entrino.

Dai labirinti clinici alla mitologia del Sud
Tagliaferri costruisce il suo racconto su più registri, e la sua abilità sta nel non farli mai crollare l’uno sull’altro. C’è il piano documentario — gli iter burocratici, le agenzie di surrogacy, i mediatori, i documenti firmati e ricontrollati, lo spettro della pandemia che si abbatte sui tempi e sui possibili — e c’è il piano mitico, quasi fiabesco, in cui l’Arkansas diventa un altrove geografico e simbolico insieme: una terra di boschi, fucili e creature fantastiche, sirene nei Walmart, cerbiatti che indicano la strada, Elvis che risorge dai jukebox.
Questa doppiezza serve a Tagliaferri per dire una cosa precisa: che il desiderio di un figlio, quando passa attraverso corpi e storie che il sistema non ha previsto, si trasforma necessariamente in avventura epica. Non perché sia romantico — il libro non concede nulla al romanticismo facile, è spietato nella sua franchezza — ma perché il percorso richiede una ridefinizione continua di sé. Chi sei, quando il tuo corpo non partecipa alla gravidanza? Cosa significa essere madre senza gestare? Tagliaferri non risponde con definizioni, risponde con la narrazione stessa: mostrando come il legame si costruisce altrove, prima ancora che nella biologia, nel desiderio feroce che l’ha spinta fino in Arkansas.
Il silenzio come forma di resistenza
Uno degli elementi più potenti del libro è la riflessione sul silenzio. L’autrice racconta di aver tenuto segreto per mesi il percorso di GPA, consapevole che le chiacchiere private potevano diventare manifesti politici, che la sua storia sarebbe stata letta non soltanto come sua ma come posizione, schieramento, arma. L’influenza di Michela Murgia è dichiarata: è lei che le ha insegnato a non stare zitta, che nel suo postumo Dare la vita ha percorso sentieri simili, che incarnava quell’idea di parola pubblica come pratica di cura e di resistenza.
Rompere il silenzio, in questo contesto, è già un atto del corpo. La voce che si alza è una voce che non teme il rischio; ma non nel senso melodrammatico del termine. In quello preciso e materiale: rischia di essere giudicata, di essere usata, di diventare simbolo prima ancora di essere ascoltata come storia.
Arkansas chiede al lettore di tenere insieme tutto questo: la specifica e irripetibile storia di Chiara, Nicola e Daisy, e la sua inevitabile dimensione collettiva. Lo fa senza semplificare la questione etica della GPA, senza costruire una difesa d’ufficio. Lo fa rimanendo nel corpo del racconto — nell’odissea lunga sette anni, nei fallimenti, nelle notti di paura — e lasciando che da lì emergano le domande che la legge vorrebbe silenziare.
Corpi che estendono il significato
C’è una frase, nella quarta di copertina del volume, che merita di essere abitata: “la forza che può nascere da un’alleanza di corpi pronti a tutto pur di accogliere una nuova vita”. L’alleanza. Non il contratto, non la cessione, non il servizio. L’alleanza — parola militare, parola politica, parola che presuppone reciprocità e rischio condiviso.
L’autrice sceglie questa parola con precisione chirurgica, e il libro intero è il tentativo di mostrare che tra Chiara e Daisy si è costruito qualcosa che le categorie disponibili — cliente e fornitrice, madre e gestante, qui e altrove — non riescono a contenere. Che il corpo di Daisy non è un utero in affitto ma una presenza che ha attraversato mesi di vita, paura, cambiamento, e che da quella traversata è emersa Lula.
Leggere Arkansas come libro eretico significa esattamente questo: riconoscere che il corpo in questo testo non è né santificato né mercificato, ma pensato nella sua complessità di strumento, luogo, agente. Un corpo che non obbedisce ai confini che lo Stato gli assegna. Un corpo che collabora con altri corpi per produrre vita in modi che la norma non aveva contemplato. Un corpo che, scrivendo, testimonia.
È il gesto più antico della letteratura — e il più necessario.

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