«Ciao» disse Luca rivolgendosi alla sagoma in penombra, a pochi metri da lui. 

Sara era rivolta verso la grande finestra che dava sul giardino innevato, illuminato solo dal lampione. Le sue piccole spalle,  ricoperte da un cardigan beige, silenziose e ossute. 

«Ciao Sara!» ripeté.

«Ah, ciao» disse lei.

«Non mi avevi sentito?»

«Esatto. Non ti avevo sentito.»

«Che strano. Mi pareva di aver sbattuto forte la porta d’ingresso.»

«Si, mi pareva di aver sentito qualcosa ma pensavo fosse il cane.»

Luca girovagò nella stanza piena di libri, sospirando.

«Non hai visto nemmeno le luci della scala accendersi?»

«No. Non ho visto nemmeno quelle inutili luci che hai voluto solo per mostrare ai vicini quanto siamo grandiosi e perfetti.»

«Ah quindi non mi hai né visto né sentito?»

Nell’aria, solo il fruscìo della puntina del giradischi che girava a vuoto sul disco muto.

«No, non ti ho sentito entrare. Sai quando qualcuno non ti sente? Ecco, succede proprio così. Non ti sento e non ti vedo.»

«Come succede tutti i giorni vuoi dire!»

Fruscìo.

«Come tutti i giorni da due mesi.»

«Da due mesi? Invece prima era tutto diverso vero?» 

«Sì. Prima era tutto diverso.»

«Quindi, prima di due mesi fa, mi vedevi e mi sentivi. Non te ne stavi sempre con gli occhi e la testa piantati dentro i tuoi cazzo di libri. Prima di ottobre eri una moglie.»

«Esatto! Prima di entrare nuovamente in ospedale ero una moglie, ero una donna.»

«E piantala con questo esatto, di esatto qui non c’è proprio nulla. Neanche il cane. Che puzza e abbaia e caga pure.»

«Ah, non lo sapevi?»

«Che cosa?»

«Che i cani hanno dei bisogni! Non ti hanno spiegato che serve occuparsi di loro come si fa con i bambini?»

«Lo so.»

«No che non lo sai. Gli animali hanno bisogno di essere accuditi. Di essere considerati, di essere visti!»

«Lo so.»

«No. Non te lo immagini neppure di quante attenzione hanno bisogno i cani, i bambini, le persone, le donne.»

«Adesso non ti seguo più.»

«Lo so. Non mi segui mai.»

Luca camminò veloce su e giù per la stanza. Si voltò verso il giradischi. Lo vide, il disco di Celentano e Claudia Mori che ruotava a vuoto, senza melodia.

«Sara ti prego guardami! Com’è possibile che sia successo proprio a noi? Da quando hai avuto il secondo intervento non sei più tu. Dove sei? Non mi ami nemmeno più?»

«No.»

Luca si sentì mancare. Si lasciò cadere sulla seggiola dietro di lui. Non udì più il battito del suo cuore. Mise una mano sul petto. Il cuore c’era. 

Si rese conto di non essersi ancora tolto il cappotto inzuppato d’acqua. Se lo tolse di dosso, lasciandolo cadere per terra quasi infastidito – come se il disordine nella stanza fosse colpa sua. 

Il suo sguardo cadde sull’enorme fotografia appesa alla parete di loro due, splendidi nei loro vestiti da sposi. Due giganti sorridenti. 

Corse da lei. L’abbracciò da dietro, non troppo forte – sapeva che non le piaceva essere stretta.
«Sara ti prego perdonami!»

«Per cosa?»

«Per tutto.»

«Per tutto, cosa?»

«Per non essere riuscito a proteggerti.»

«Proteggermi da cosa?»

«Dal dolore.»

«Non potevi. Non era il tuo corpo. Era il mio. Era il suo.»

«Era il nostro.»

«Si ma è stato il mio corpo che non gli ha permesso di crescere.»

«Non lo sapremo mai. Hai sentito cosa dicono i dottori? Non c’è una spiegazione.»

«Come è possibile che non ci sia una spiegazione?» urlò improvvisamente lei svincolandosi da lui e spostandosi dall’altra parte della stanza. «È la seconda volta in un anno!» continuò ad urlare, puntandogli gli occhi profondi come fari addosso.
«Com’è possibile che, d’improvviso, la vita rinunci a sé stessa? Come fanno a non sapere niente, questi dottori?»

Si sentì solo il ticchettio dell’orologio a pendolo, il suo incessante e meccanico battito.

«E non possono rispondermi: Signora lei è una donna piuttosto distratta» proseguì Sara.

Luca riconobbe subito la citazione del testo Amico Fragile di de Andrè. Alcune frasi le sapevano a memoria e le usavano come intercalari tra di loro. In quel momento sperò in cuor suo che il verso riuscisse a portarla lontana da tanta rabbia. Ma non andò così, e lei continuò: «Sono degli incompetenti, mi hanno rivoltata – anzi, ci hanno rivoltati come calzini e non hanno saputo darci nulla se non una diagnosi di infertilità idiopatica. Siete giovani. Non avete nulla che non vada. Capita. Riprovate. Come se fossimo alla lotteria di capodanno, a un casinò, davanti a una slot machine o ancora peggio, in tabaccheria con un gratta e vinci!»
Luca sperò ancora una volta che la parola gratta e vinci, così inusuale per lei, segnasse l’allontanarsi dal dolore. Non fu così.

Sarà cominciò a piangere e a colpirsi forte il ventre, come aveva già fatto in altri momenti.

«Perché? Perché proprio a me? Cosa non va in me? Perché il mio corpo mi fa questo?»

Luca si avvicinò e l’abbracciò più forte che poteva.

«Sara, non farti ancora più male. Non siamo gli unici maledetti su questa terra.»

Sara stavolta si lasciò abbracciare. Dai suoi occhi uscivano lacrime lente, continue.

Luca le prese il viso tra le mani e le baciò una a una, asciugandole.

«Non è giusto.»

«Lo so.»

Da lontano udirono dei passetti veloci. Un piccolo barboncino color miele si avvicinò alle gambe di Sara scodinzolando. Poi passò ai piedi di Luca, che lo prese in braccio. 

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