I disturbi alimentari continuano a essere tra le patologie psicologiche più diffuse e pericolose tra gli adolescenti e i giovani adulti. È da questa realtà che parte Fino all’osso, film scritto e diretto da Marti Noxon, regista e produttrice statunitense. Pellicola uscita nel 2017 oggi disponibile su Netflix; che attinge alle stesse esperienze della Noxon vissute nell’adolescenza.

Un racconto vissuto in prima persona

La storia è quella di Ellen (Lily Collins), sveglia, carina, ventenne, che soffre di anoressia nervosa. Dopo molti tentativi di cura andati a vuoto, viene ricoverata in un centro di riabilitazione in cui vive con sei ragazze e un ragazzo, tutti affetti da disturbi alimentari, guidati dal dottor Beckham (Keanu Reeves). Il racconto procede illustrando tutte le sfaccettature di cui questa malattia è composta, non solo legate ad un deperimento e squilibrio fisico, ma anche alle componenti che coinvolgono la sfera emotiva e psicologica descrivendo un male di vivere profondo ma spesso invisibile; la volontà di esercitare il controllo, l’essere sopraffatti da emozioni ingestibili, il senso di vuoto e il desiderio di sparire.

Il silenzio di un corpo che parla


Il vero protagonista di tutta la pellicola è il corpo che racconta, senza parole, il disagio interiore. Camuffato da abiti troppo larghi, spesso ci lascia solo intuire la sua evanescenza, ma quando si rivela urla a squarcia gola il suo soccombere.
La pelle esangue, sottile, grigia, ombre scure che sottolineano zigomi sporgenti e occhiaie profonde. Spigoli che ovunque sporgono da una figura minuta facendo emergere ossatura e tendini, laddove dovrebbero trovarsi forme e muscoli. La stessa postura appare ricurva, chiusa, avvolta in un atteggiamento difensivo che vuole celare al mondo il suo lento assottigliarsi.
Le apparizioni della fisicità malata della protagonista ci vengono mostrate solo in determinate circostanze: circoscritte alle visite mediche o all’analisi che lei stessa e la sua famiglia compie per identificare il vero stato di dissolvimento di quel corpo inconsistente camuffato da strati di abiti abbondanti.
L’ossessivo conto delle calorie associato al febbrile sforzo fisico per bruciarle e un mantra che, come una preghiera, riecheggia nella mente della protagonista e nelle orecchie dello spettatore: “ Ho tutto sotto controllo”.


Gesti ossessivi


Un dettaglio, un gesto che torna ricorrente in tutto il racconto della storia di Ellen, propedeutico a farci capire lo
“stato delle cose” , per darci l’idea concreta di un corpo che svanisce.
Un movimento che serve a lei come conferma ed a noi come constatazione: con la mano destra misura la circonferenza del suo avambraccio sinistro, tentando di far toccare il pollice con il medio. Un’unità di misura empirica che, nel corso della pellicola, vede il progressivo avvicinamento di queste due dita, fino a ché non si tocca il fondo, si arriva all’estremo, si sprofonda attraverso quel traguardo oscuro in qui quei due polpastrelli coincidono perfettamente.
La volontà e il potere illusorio della mente innalza la sua bandiera di vittoria dipingendo un sadico sorriso sul volto sofferente della nostra protagonista e, in concomitanza di ciò, il corpo cede. Svenimenti, perdita di conoscenza, ospedali, la presenza della morte che si manifesta attraverso sogni o incubi, raccontati in un deserto inventato che il pensiero di Ellen crea lanciando grida di aiuto silenziose.


Un finale che infonde speranza


Si scorge comunque una luce in fondo ad un tunnel oscuro che lascia spazio alla possibilità, alla guarigione, a una vita normale. Infatti la nostra protagonista troverà le sue motivazioni, la forza e la volontà per combattere e vincere la sua battaglia.
Almeno all’interno di questa pellicola cinematografica troviamo ottimismo nella sua conclusione, perché i dati oggettivi che la vita vera ci restituisce non sono altrettanto confortanti. Infatti nel 2025 risultano 3.563 morti legate ai disturbi alimentari, mettendo questo male oscuro al primo posto tra le cause di morte tra gli adolescenti, dopo gli incidenti stradali.
Inoltre le statistiche riportano che l’anoressia nervosa colpisce circa l‘1% della popolazione, con oltre 540 mila pazienti in Italia, di cui il 90% donne e le nuove diagnosi sono aumentate del 60% rispetto al 2019, con un picco del 30% tra i minori di 14 anni.

In qualunque modo si parli di questo disturbo, lo si rappresenti e lo si racconti, non si farà mai abbastanza per prevenirlo, riconoscerlo e combatterlo. Un male sottile, nascosto, che si palesa quando ormai è già tardi, quando non può più essere occultato, quando la vittima non può fare altro se non mostrare al mondo tutto il suo deperimento, quella devastazione che da dentro si protrae verso il fuori.
Film come questo sensibilizzano, spiegano, illustrano disturbi legati a una malattia che troppo spesso è sottovalutata, ignorata, trattata con superficialità. Ci servono, forniscono punti di vista, insegnano e ci fanno riflettere; imprimono nelle nostre menti immagini reali di corpi prosciugati, inesistenti, scarnificati, tanto da farci impressione, da creare un malessere che quasi diventa ribrezzo. Perché ogni malattia ha la sua faccia e noi non la dobbiamo mai dimenticare.

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