In La vegetariana (Adelphi, 2016), Han Kang scava nel corpo umano come in un archivio di segni e traumi, rifiutando i luoghi comuni della narrativa psicologica e costringendoci a confrontarci con l’invisibile che abita la superficie dell’atto più banale: mangiare. La protagonista, Yeong-hye, non sceglie il vegetarianismo come stile di vita o filosofia salutista, ma come rottura netta con l’ordine prestabilito di un’esistenza sperimentata come inautentica e violenta. Da questa scelta apparentemente semplice nasce una frattura – nello sguardo degli altri, nella dialettica familiare, nella stessa materia del corpo. Questa scelta infatti innesca una serie di reazioni a catena che hanno un che di irrecuperabile.

Mangiare: un atto deontologico dell’essere umano

L’atto di non mangiare carne diviene così gesto ossessivo e rivelatorio, immorale per chi osserva questa mutazione; quasi come se l’addentare o rifiutare un pezzo di carne fosse il primo e più profondo sintomo di una volontà di dissociazione da un mondo che riduce gli esseri viventi a ruoli, funzioni e corpi docili da consumare. Yeong-hye, attraverso il suo libero arbitrio, dice no a un sistema di significati e di corpi che la circondano – il marito che la vede come una funzione domestica, il cognato che la proietta in ossessioni estetiche ed erotiche, la sorella che lotta per tenerla ancorata a una realtà che Yeong-hye rifiuta di riconoscere.

Una narrazione polifonica

Narrato da tre voci, il romanzo disarticola la prospettiva tradizionale sul «sé» e mette allo scoperto le parole che di solito evitiamo: identità, controllo, possesso, violenza. L’uso schematico di nomi come «marito», «cognato», «sorella» accentua il senso di anonimato delle relazioni, quasi fossero ruoli sociali privi di interiorità, cartografie di ruoli che comprimono e definiscono chi li incarna.

Il corpo di Yeong-hye si assottiglia fino a sembrare trasparente, e la sua volontà si trasforma in un grido silenzioso: non si tratta dunque del solo rifiuto del cibo animale, ma di allontanarsi dalla carne stessa per non dare il proprio consenso a essere posseduta, narrata, giudicata. La prosa di Han Kang (al netto di ogni tentativo di leziosità e abbellimento) ci mostra la carne nella sua cruda materialità, tanto nelle descrizioni di dimagrimento, ansia, sogni irrisolti quanto nei momenti di violenza domestica che esplodono senza preavviso.

La potenza rivelatoria delle scelte sul nostro corpo

Il romanzo non offre spiegazioni psicologiche consolatorie. L’inquietudine nasce proprio dal fatto che non siamo mai dentro la mente di Yeong-hye: la vediamo attraverso gli occhi di chi la attornia e la respinge, di chi la desidera e la usa, di chi la ama e la teme. È un viaggio in cui la lingua dell’altro rivela la distanza tra il corpo e il soggetto, tra l’atto di essere e l’atto di apparire.

Eppure, il rifiuto di Yeong-hye è una metamorfosi verso un altrove fatto di inconsistenza, evocato con immagini di radici, alberi, foglie e sogni di dissolvenza. La prospettiva finale, femminile, parla di un corpo che non si piega più all’interpretazione altrui, ma si lascia consumare, dissezionare, perdere nella tensione estrema tra vita e morte.

In questo senso, La vegetariana è un’opera che guarda al corpo non come a un dato biologico neutro, bensì come a campo di battaglia simbolico e materiale – tra desiderio e negazione, tra sguardo e identità, tra il cibo e l’apparente libertà di non essere. Come pochi romanzi contemporanei, Han Kang riesce a trasformare una scelta apparentemente privata in una denuncia radicale delle convenzioni culturali e dei vincoli sociali, lasciando il lettore con domande più profonde di qualsiasi risposta possibile.

La vita è così strana, pensa dopo aver smesso di ridere. Le persone, anche dopo che gli sono successe certe cose, non importa quanto terribili, continuano comunque a mangiare e a bere, ad andare al bagno e a lavarsi, in altre parole a vivere. E a volte ridono perfino di gusto. E probabilmente hanno questi stessi pensieri, e quando succede si ricordano tutta la tristezza che erano riuscite per breve tempo a dimenticare

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