La fotografia di Letizia Battaglia attraversa più stagioni, e in ciascuna di esse il corpo diventa un punto di frizione tra storia personale, cronaca collettiva e desiderio. Il suo sguardo – sempre politico i in qualche modo, forse, vulnerabile – non si limita a registrare: scava, interroga, espone. Nelle sue immagini l’eros non è un ornamento, ma una forza che resiste alla violenza, un gesto che afferma la possibilità di esistere in un mondo segnato dal tragico. Vogliamo fare questo viaggio ripercorrendo le fasi della sua produzione, per attraversare le varie possibilità in cui la fotografa ha restituito al corpo una voce capace di rompere con dirompenza un ottuso silenzio.
Gli inizi negli anni Settanta e il risveglio sensoriale
La carriera fotografica di Battaglia prende forma all’inizio degli anni Settanta, quando il suo sguardo è ancora in costruzione ma già orientato verso l’umano più esposto. In questi primi lavori, spesso legati alla vita di strada, il corpo è una rivelazione scostante: slavato dalla sua forma estetica, vuole piuttosto dichiarare che c’è. Sono anni in cui la fotografa stessa attraversa un proprio risveglio identitario e politico, e questa tensione emerge nella capacità di cogliere l’eros nei gesti più quotidiani – nei volti delle donne di quartiere, nei ragazzi che si muovono tra le strade di Palermo. Il corpo è ciò che sfugge alla norma, che vibra nonostante il contesto.
La stagione più dura: la cronaca mafiosa e il corpo violato
Tra gli ultimi anni Settanta e gli anni Ottanta, Battaglia entra pienamente nella cronaca: fotografa omicidi, feriti, processi, strade segnate dal sangue. È la fase più nota eppure anche la più drammatica. Qui il corpo compare nella sua condizione estrema: violato, martoriato – spesso immobile. In questo contesto l’eros non scompare; piuttosto, si trasforma in controcanto etico. Fotografare la vulnerabilità estrema significa anche riconoscere, per contrasto, la potenza della vita. Alcuni suoi ritratti femminili realizzati negli stessi anni sembrano proprio rispondere a quell’orrore: i corpi che mostrano vitalità, libertà, sfrontatezza sono forme di resistenza alla morte che la città e le condizioni politiche infliggono quotidianamente. È un modo per ricordare che la pelle non è solo bersaglio, ma territorio di forza.
Gli anni Novanta: la città che cambia e l’umano che reclama spazio
Negli anni Novanta la violenza mafiosa cala d’intensità, e Palermo entra in una fase più incerta ma anche più aperta. Battaglia accompagna questo passaggio con fotografie che esplorano nuove intimità. Il corpo qui è meno ferito e più interrogativo: giovani donne che si affacciano all’età adulta, adolescenti che si lasciano riprendere mentre emergono dalla propria timidezza o dalla propria ribellione. L’eros si manifesta come possibilità: corpi che cercano un nome, che si sottraggono ai ruoli sociali rigidi. In questa fase l’artista sembra più interessata al modo in cui il corpo possa diventare pensiero, una dichiarazione di transito, un desiderio che si fa trasformazione.
Il lavoro maturo: il corpo come relazione e responsabilità
Dal Duemila in poi, Battaglia trasforma ulteriormente il proprio approccio: qui il corpo quantifica la sua presenza nella relazione. Le sue fotografie mature mostrano una consapevolezza più ampia della responsabilità dello sguardo. I ritratti femminili – talvolta nudi, talvolta appena accennati – sono costruiti dentro una complicità gentile, in cui eros significa fiducia reciproca, al netto dell’esposizione. La fotografa ascolta il corpo prima ancora di fotografarlo, si sintonizza nel mondo del soggetto. Ne nascono immagini in cui il nudo è spoglio di qualsiasi spettacolarità: un esercizio di verità che rifiuta il voyerismo.
L’ultima fase: convertire eredità a promessa
Negli anni più recenti della sua vita, Battaglia si è concentrata su progetti che intrecciano memoria e presenza. Il corpo diventa qui un lascito, una promessa fragile che la fotografa affida alle generazioni future. Non c’è più l’urgenza della denuncia immediata, ma una riflessione sul modo in cui il corpo continui a raccontare la storia della città e delle sue contraddizioni. I ritratti di giovani donne, ormai iconici, assumono una dimensione quasi archetipica: sono figure che incarnano ciò che Palermo è stata e ciò che ancora potrebbe essere. L’eros, qui, è la forma meno appariscente ma più resistente di vitalità.
La mostra fotografica
La grande retrospettiva “Letizia Battaglia. L’opera 1970-2020”, ospitata al Museo Civico San Domenico di Forlì, è aperta dal 18 ottobre 2025 all’11 gennaio 2026, e ripercorre i cinquant’anni di lavoro di questa grande artista. Attraverso un ampio corpus di immagini, la mostra racconta l’impegno civile, lo sguardo radicale e l’intensità poetica che hanno reso Letizia Battaglia una voce unica nella fotografia contemporanea. Allestita negli spazi museali di Piazza Guido da Montefeltro, l’esposizione offre al pubblico un viaggio profondo nella memoria collettiva del Paese, tra cronaca, denuncia e umanità, restituendo tutta la forza visiva e narrativa dell’artista. Tutte le informazioni le trovate qui.

Per Battaglia il corpo – nudo, ferito, adolescente, maturo – è stato probabilmente il più ingombrante compagno di viaggio, e lei è riuscita a farne un luogo di incontro con il mondo. Nei suoi scatti si avverte prima di tutto l’urgenza di restituire dignità a ciò che la storia tende a cancellare. E l’eros, in tutte le sue forme, rimane l’elemento sotterraneo che tiene insieme la vita e la memoria: un atto di ostinata fiducia nella possibilità di essere, nonostante tutto.

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