Non temiamo le ferite che si fanno mappe, l’irrimediabile, il margine, la devianza: con queste parole apriamo la nostra riflessione, delineando un ethos che non si limita alla contrapposizione fra ortodossia e dissenso, ma accoglie l’eresia nella sua radicalità corporea e poetica.

Nel senso etimologico originario, eresiahairesis (αἵρεσις) — è “scelta”. Scelta come atto di pensiero, opinione, certo; ma anche come decisione. L’orientamento della propria esperienza verso ciò che devia dall’ordine accettato. Nella tradizione cristiana classica l’eresia designava un errore dottrinale da reprimere, un gesto contrario alla verità rivelata. Quest’evoluzione, che trasforma la devianza in peccato, rivela tuttavia una verità più ampia: l’eresia, prima ancora di essere una categoria teologica, è una tensionale relazione fra individuo e norma, fra impulso del pensiero e vincolo dell’autorità.

Non ci limitiamo a riflettere sull’eresia come mancanza o deviazione rispetto a un centro. Essa la eleva a performanza corporea e linguistica: la parola non è più dunque un solo vettore di pensiero, ma s’immagina pelle, organismo e frattura. La scelta eretica diventa gesto, e il gesto — corpo, desiderio, sensazione — diventa pensiero.

In questo quadro, l’eresia smette di essere un semplice concetto filosofico e si fa esperienza estetica radicale; proprio come nelle sperimentazioni poetiche che interrogano la presenza del corpo nella parola o nella scrittura creativa che sfida i confini della lingua. Essa diventa un protocollo di esplorazione dell’io che si pone non in opposizione cieca alla norma, ma come ricerca di verità che risiedono oltre ogni definizione consolidata.

La scelta eretica, qui, è:

Gesto di verità contro l’omologazione: l’eresia implica la tensione di un corpo e di una parola che rifiutano la mera ripetizione di forme già codificate. È scelta di un linguaggio che pulsa, che si fa pelle e respiro, in quanto rifiuta di essere un solo significante di convenzioni prestabilite.
Apertura al pensiero deviante: diventa dunque la possibilità di pensare oltre i sistemi di senso dominanti. Non si tratta di negare ogni norma, bensì di interrogare i limiti di ciò che viene accettato come vero, di scandagliare l’orizzonte delle possibilità cognitive e affettive che la norma stessa esclude. In questo senso, l’eresia si avvicina alla figura del poeta pensante, quella di chi inventa percorsi di senso dove altri vedono solo regole da rispettare.
Incarnazione di esperienza estetica e poetica, rispecchiando la tensione tra corpo e mente, tra carne e concetto. Nelle nostre pagine, la riflessione filosofica non è astratta; è impastata di carne, desiderio, movimento. Qui l’atto di pensare si sovrappone all’atto di sentire, e l’eresia diventa esperienza sensibile di verità.

Così intesa, l’eresia non è solo una scelta critica rispetto a un ordine precostituito, ma anche un aperto abbraccio alla complessità dell’essere e del sentire. Essa è la ferita che si fa mappa, la devianza che illumina l’invisibile, l’impulso che spinge il pensiero verso territori dove la parola stessa si reinventa — non come trascrizione di assiomi, ma come gesto di verità. In definitiva, riteniamo che l’eresia sia ancora attuale perché resta la forma più intensa di pensiero e di esperienza che osa confrontarsi con la norma non per negarla, ma per espandere il terreno del possibile.

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