Un’indagine sul desiderio, la dissoluzione dell’identità e la fame come pulsione primordiale

Nell’epoca dell’esposizione permanente, in cui la corporeità viene filtrata, riprodotta e ottimizzata fino a dissolvere la sua stessa consistenza, Il corpo che vuoi (Edizioni Black Coffee, 2017) di Alexandra Kleeman interviene come un’indagine perturbante. Il romanzo colloca il corpo non nel territorio del naturale, ma in quello dell’artificiale, del duplicabile, del desiderabile su commissione. “Mi sembrava che il mio corpo stesse diventando un oggetto separato da me”, confessa A: la scissione non è un sintomo, ma l’ambiente stesso in cui la protagonista abita. Come nella fenomenologia di Merleau-Ponty, il corpo è la condizione della presenza; ma in Kleeman questa condizione viene corrotta dall’immaginario mediatico, fino a diventare reliquia inquieta, superficie scollata da chi la abita.

La dissoluzione del sé nella contemporaneità

La relazione triangolare fra A, la coinquilina B e il fidanzato C non è tanto un gioco narrativo, quanto la mappa di una crisi ontologica. B imita A, ne assume posture, ritmi, abitudini, arrivando a prelevare oggetti non come furto, ma come se le appartenessero già: “Lei prendeva le mie cose come se fossero sempre state sue”. È la logica del simulacro, dove non esiste più un originale, ma solo copie che si contendono il diritto di esistere.

La dissoluzione del sé che attraversa A ricorda la rarefazione identitaria di Città di vetro di Paul Auster, ma anche il perturbante doppio hitchcockiano: chi sei quando un altro può sostituirti senza resistenza? Il romanzo traduce questa domanda in tensione narrativa, mostrando un soggetto che non percepisce più la propria identità come una proprietà stabile, ma come una zona di passaggio.

Il desiderio colonizzato e la teoria della performatività

La questione del desiderio è centrale: A desidera ciò che la società – soprattutto attraverso i media – le suggerisce di desiderare. Qui emerge un’affinità con Bret Easton Ellis: come Patrick Bateman, anche A vive in un ambiente in cui l’estetica sostituisce l’etica. Ma mentre Ellis svela la violenza della superficie maschile, Kleeman analizza la vulnerabilità della superficie femminile, mostrando come il desiderio venga sottratto al soggetto e riscritto come copione da seguire.

La fame monotematica della protagonista – fatta di ghiaccioli, arance, alimenti neutri e quasi simbolici – è un rito di sopravvivenza. Il corpo reclama una concretezza che la coscienza non riesce a garantirgli. La fame è una trincea contro l’evaporazione. C’è, tangibile e temuto, il rischio di non esserci più, di perdere il centro dell’esperienza. A mangia per trattenersi, per riempire un vuoto ontologico prima ancora che corporeo. Il suo corpo diventa così un luogo di lotta metafisica, non biologica.

Il corpo di A è scritto e riscritto da forze esterne: non è soggetto, si fa oggetto quasi ancillare. Kleeman traduce questa riflessione teorica in una prosa ipnotica, in cui il corpo appare come un testo annotato da altri.

Il corpo di una donna non le appartiene mai davvero. Da piccola il mio corpo apparteneva a mia madre, era un’estensione rimovibile del suo, un tratto digestivo che si attaccava al suo corpo e si staccava. […] Poi è arrivato il sesso e con lui una sequela di anni in cui mi sono aggirata per il mondo trascinandomi dietro il corpo come una rete da pesca, sperando che non restasse impigliato in niente, gravidanza o malattia che fosse. Sono riuscita a evitarle solo per sbaglio, o per fortuna. In quelle rare e circoscritte eccezioni in cui il mio corpo era veramente mio, non sapevo che farmene

La sparizione come destino del corpo contemporaneo

La famiglia che scompare dalla casa di fronte non è un dettaglio narrativo, ma una cifra simbolica: i corpi possono svanire senza lasciare traccia. La sparizione è l’altra faccia della sovraesposizione. Come in Don DeLillo, il corpo è qualcosa che può essere cancellato dall’inquadratura e smettere di esistere.

Il romanzo suggerisce che il corpo è oggi un oggetto instabile, sottoposto a forze che ne determinano la visibilità o la dissoluzione. La sparizione non è solo un enigma, ma una diagnosi.

Perché leggere Il corpo che vuoi

Il romanzo di Kleeman analizza il corpo attraverso la lente del desiderio mediato, della performatività normativa, della crisi identitaria. È una narrazione che dialoga con la teoria senza mai trasformarsi in saggio, perché resta fedelmente ancorata alla carne fragile della sua protagonista.

Lo si legge per comprendere la vulnerabilità del corpo contemporaneo, per interrogare la frattura tra carne e immagine, per riconoscere in A un frammento delle nostre esistenze filtrate. Lo si legge perché ci ricorda che il corpo non è mai dato una volta per tutte: è una presenza precaria, una reliquia viva che chiediamo disperatamente di abitare.

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