Recensione di «Piccola biografia di periferie» di Linda Miante
Piccola biografia di periferie di Linda Miante (2024, De Ferrari Editore) si offre al lettore come un esercizio di sguardo. Con i suoi oltre 80 componimenti divisi in tre sezioni, l’autrice interroga il concetto stesso di “periferia”, sottraendolo alle semplificazioni sociologiche e agli stereotipi compassionevoli, per restituirlo alla sua natura più autentica: luogo di sedimentazione delle vite, delle memorie e delle contraddizioni che attraversano il presente e si inscrivono, prima ancora che nel pensiero, nel corpo di chi le attraversa.
L’operazione di Miante si colloca in una zona di confine tra autobiografia, componimento poetico e narrazione frammentaria. Il termine “biografia”, già nel titolo, va inteso come una pratica di attenzione: la periferia diventa un organismo vivente, dotato di una propria temporalità, che l’autrice esplora attraverso episodi, immagini e riflessioni. Il corpo dell’io narrante funge da strumento di rilevazione sensibile: cammina, si affatica, si espone agli odori, ai rumori, alle asperità del paesaggio urbano, trasformando la città in un’esperienza incarnata prima che concettuale.
Il linguaggio, tagliente e densamente evocativo, rifugge tanto l’enfasi lirica quanto l’asetticità del discorso analitico. La prosa di Miante accoglie l’osservazione minuta e la meditazione più ampia senza che l’una soffochi l’altra. Le periferie divengono spazi che agiscono sui nervi e sulla postura di chi li abita, imponendo ritmi, soste, deviazioni. E inserendo immancabilmente il corpo.
L’io accetta di essere modellato dai luoghi, di lasciar agire la città sul proprio organismo e sulla propria memoria. Piccola biografia di periferie richiede al lettore lentezza e ascolto, offrendo una mappa sensibile per abitare consapevolmente gli spazi e, attraverso di essi, il nostro tempo.
** La raccolta è stata per diverse settimane tra le prime dieci nuove uscite consigliate da Amazon nella sezione Poesia italiana, per poi approdare al Salone Internazionale del Libro di Torino 2025 (Sala Liguria) ed è ora alla sua seconda ristampa. Linda Miante è stata recentemente premiata con il terzo posto del Premio Nazionale di Arti Letterarie Metropoli di Torino 2025.
IN QUESTO SOLE
Il cielo è uno schiaffo nudo.
Brucia le vene il desiderio che taglia il corpo
e feconda le linee
e si arrampica sulle gole,
reale come le parole
nel segreto squarcio
dal sapore di goccia.
Corrono ancora i treni verso il profondo Nord
a picco sulle pareti,
sul mare profondo della falesia mediterranea.
Quando rintocca il petto le chiese sussultano,
goccia dopo goccia.
Il nostro tempo smuove giorni fermi,
esala sospiri,
precipita tra le gambe.
È sera,
ma tu sei luce cullata da onde di fumo.
Tintinnano le stelle polari al pascolo
e sento finalmente
il rollio della vita.

L’intervista
Tu stessa definisci la città come un “incrocio di linee malevolo”, una macchina che imprigiona e divora ogni tentativo di ribellione. Quando e come hai capito che la città non sarebbe stata solo uno scenario, ma un vero soggetto antagonista della raccolta?
La città è diventata centrale quando ho capito che tra noi si stava creando una relazione più intima del consueto. Ho scritto il corpo centrale della raccolta durante il periodo della pandemia, un tempo di introspezione distopica collettiva in cui le città erano improvvisamente esposte. Dovendole attraversare – e raccontare – per lavoro, spesso in solitaria, si è aperto uno spazio di dialogo. Per me la città non è stata una scelta letteraria, è emersa, mi è venuta incontro. Una relazione che mi ha restituito insieme bellezza e malevolenza, come accade in ogni legame profondo.
Parli di una città segreta che si rivela nell’ora liminale del crepuscolo, popolata di voci, mascheroni, tombini che respirano. Quanto conta, nel tuo processo poetico, l’ascolto di ciò che è nascosto, marginale o sotterraneo, e che tipo di verità emergono in questa zona d’ombra? E che funzione hanno per te il corpo e l’istinto in questa sorta di epifania?
Dal buio emerge l’idea del legame profondo che intratteniamo con gli spazi urbani. La città è un corpo che a volte ci limita e attraversa, fatto di barriere e per questo richiede un ascolto istintivo quasi primordiale. Lo sappiamo, quello che è nascosto attrae e spesso dice più del visibile. Lo spazio liminale amplifica questa tensione verso occhi che guardano oltre l’intelligibile. Nelle zone d’ombra il corpo precede il pensiero. È nella sua esposizione agli spazi, urbani e interiori intrecciati, che nasce il primo passo verso l’ignoto, il percorso della vita che attraversiamo fino alla fine.
Il passaggio da Sentieri liminali a Ordalia segna uno scarto decisivo: le strade entrano nelle case, i corpi diventano centro della scena, la città si fa voyeuristica. In che modo il corpo (che si fa carne, sudore, desiderio, ferita) trasforma la dimensione urbana in un luogo di prova e di esposizione estrema?
In Ordalia la città non è più attraversata, è come abusata dall’interno. Il suo ventre coincide con le abitazioni, le finestre sono pori della pelle, le mura domestiche ossa. È lì che lo spazio si fa voyeuristico perché guardiamo gli altri nell’illusione di essere invisibili. L’intimità entra in scena anche attraverso il ricordo, come un momento trattenuto che appartiene solo a chi lo vive e che, anche se raccontato in una poesia, resta inafferrabile. In questa sezione il movimento si inverte. Se prima la città era un corpo, ora è il corpo a farsi città, una moltitudine di vite possibili. I corpi assorbono le geometrie, a volte creano stanze, trasformando la dimensione in un banco di prova dei sensi.
In Ordalia la città appare come un doppio di sé stessa, insieme remissiva e feroce, dissacrante e seduttiva. Possiamo leggere questa ambivalenza come il riflesso di un conflitto interiore, o è piuttosto il ritratto di una società che ha interiorizzato la violenza come linguaggio quotidiano?
Non credo che la città interiorizzi la violenza come linguaggio, quanto piuttosto che la incarni. Persino le megalopoli nascono dal bisogno di delimitare un “mio, tuo e nostro”. In questo gesto originario convivono creazione e conflitto, perché la violenza è un tratto umano ineluttabile. In Ordalia l’ambivalenza urbana non va letta come una colpa dello spazio, ma come una sua adesione alle nostre contraddizioni. Alcune poesie come “Cielo padre” attraversano conflitti interiori e familiari anche estremi, senza mai trasformare la città in un capro espiatorio. Resta, come detto, una presenza ambigua, benevola e feroce insieme, perché così è ciò che la abita
Con Lux orta est iusto la luce quasi costringente. Che tipo di conoscenza produce questa luce finale e perché, nel tuo percorso, non coincide con una catarsi ma con un’ulteriore forma di prigionia?
La luce di Lux orta est iusto non è consolatoria in senso classico. È quasi un abbaglio che costringe e proprio per questo assomiglia si avvicina al buio. Possiamo chiamarla luce o oscurità, angelo, sedia, prato o città, ma resta una presenza che obbliga a guardare e a non tornare indietro. Questa conoscenza non coincide con una catarsi, perché espone anziché liberare (come le già citate città esposte). Chiede una forma di trascendenza che spinge la riflessione a stare nell’oltre. La luce può fare da guida ma al contempo esporre all’impossibilità di uscire, almeno per ora, almeno per quanto ne sappiamo ora.
Alla fine affidi alla città tre nomi-talismano – Limine, Ordalia, Lux – come tentativo di fuga. La poesia, per te, è ancora uno spazio di resistenza possibile dentro questa società-antagonista, o è piuttosto il luogo in cui si prende atto dell’impossibilità di ogni risveglio?
Limine, Ordalia e Lux sono le parole chiave dei tre “momenti” della raccolta, tre modi diversi di guardare e interrogare la città. Li penso come nomi-talismano perché in questa scelta emerge il potere della parola: dare un nome alle cose, da ciò che amiamo a quello che ci fa paura, e via dicendo. Credo che le parole debbano essere talismani, e che un libro o anche una sola parola possano salvare, o almeno tenere in piedi, una vita. Ecco perché la poesia resta per me una forma di resistenza. Eppure questa raccolta prende atto dell’impossibilità di un risveglio immediato perché c’è una tensione al riscatto che, almeno per ora, non trova una risoluzione. Forse, come spiega Il Gattopardo, la vita si comprende davvero solo quando si è costretti a tirare le somme. Per questo Piccola biografia di periferie è, consapevolmente, un libro incompiuto. D’altronde anche la poesia, come la città della pandemia, mi è venuta incontro per caso, non avevo intenzione di scrivere in versi. Forse è questo il punto: ciò che resta nell’ombra può restarci per sempre, se non si trova il coraggio di varcare una soglia.
Piccola biografia dell’autrice

Linda Miante nasce a Savona nel 1995.
È giornalista e autrice, laureata in Lettere, si occupa di comunicazione istituzionale, scrive di cultura, società e linguaggi contemporanei. Piccola biografia di periferie (De Ferrari editore, 2024) è il suo esordio poetico. Attualmente è al lavoro sul suo secondo libro di poesie.

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